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DIARIO. TAV, una domanda mal posta?

Torino, provincia, valle. Più ci si allontana dal cuore della Valsusa, più cresce la confusione riguardo a quello che sta succedendo lassù: da una parte, le testimonianze che ricevo dai valsusini, dall’altra le informazioni veicolate dai mezzi di comunicazione di massa.

L’INFORMAZIONE CHE NON C’E’. 20 marzo 2012, alle ore ventuno e trenta arrivo a Milano stazione Porta Garibaldi dopo un viaggio infinito iniziato a Chivasso. Treno interregionale diretto, si ferma invece a tutte le fermate perché i precedenti convogli sono stati soppressi. Più di mezzora di ritardo e tutto sommato a me è andata bene, dato che ci sono passeggeri che hanno aspettato due ore in stazione al freddo. Nessun controllore si fa vedere.

A Porta Garibaldi l’amico che devo incontrare a cena mi aspetta venti minuti e poi giustamente mi avvisa che deve scappare: ha appuntamento alle 21 al ristorante con il suo team di colleghi e mi suggerisce educatamente di raggiungerli in taxi. Il tassista che mi raccoglie ha voglia di parlare, è reduce dagli scioperi contro la liberalizzazione delle licenze, ma non è questo il tema che lo interessa.

Dopo avergli detto che sono di Torino, mi chiede delucidazioni sugli eventi della Valsusa. Gli racconto quello che so: le testimonianze degli amici attivi, i miei pensieri riguardo ad alcuni interventi ascoltati in tv (in particolare, in uno speciale condotto da Gad Lerner). Parliamo per ben venti euro (da Porta Garibaldi ai Navigli).

Discutiamo sul fatto che l’attuale rete ferroviaria è sottoutilizzata rispetto al potenziale, non c’è chiarezza sulle ragioni del sì, è mancato a monte il coinvolgimento delle popolazioni coinvolte, il primo progetto era tracciato col righello ed è stato corretto in seguito (segno evidente di superficialità) e studi firmati da grandi nomi comprovano l’esistenza di rischi enormi di contaminazione per le popolazioni dei territori circostanti.

Mi dice che a Milano cominciano a domandarsi cosa ci sia dietro tanto fermento, che il coinvolgimento attivo di intere famiglie crea scompiglio e che nessuno crede a chi vuol dipingerlo come un movimento violento. Mi accorgo che qui come altrove l’informazione manca, la curiosità c’è, il dubbio s’instilla.

E dopo l’ennesimo treno interregionale sporco ed in ritardo e venti euro di taxi, mi domando perché il mio Paese si ostini a voler investire in una grande opera ferroviaria di discutibile utilità, lasciando nella sopportazione passiva gli onesti lavoratori, clienti Ferrovie dello Stato, che quella sera hanno raggiunto le loro famiglie per cena con tre ore di ritardo…

Se la risposta è che dobbiamo aprirci al progresso, in un periodo di recessione come questo mi chiedo se non sarebbe opportuno prendersi cura della conservazione e valorizzazione di quello che abbiamo, invece di investire in opere la cui necessità non sembra certificabile nemmeno dai più convinti sì.

Perciò, anche se la mia conoscenza del tema è piuttosto superficiale, penso che alla base vi sia una domanda mal posta, l’attenzione al problema sbagliato, l’ossessione per qualcosa che non è prioritario.

QUALCUNO DICE: POVERA ITALIA, IN MANO AI VIGLIACCHI. In Valsusa però, c’è gente coraggiosa. La mia coscienza mi dice che abbiamo bisogno di azioni forti, intraprendenti e vigorose. Per decenni abbiamo accettato l’intollerabile in cambio della pagnotta, adesso che arrivare a fine mese non è più un problema di pochi, finalmente iniziamo ad alzare la testa.

Dunque, in un clima di vigliaccheria secolare diffusa, l’Italia di oggi ha bisogno di gradi azioni, drastiche, determinate. Attenzione però: dobbiamo mostrarci abbastanza maturi da non cadere nella tentazione di delegare i nostri problemi a un potere unico e totalitario, apparentemente risolutivo.

In questo disegno, abbiamo bisogno del coraggio e dell’ottimismo dei grandi attivisti e per questo ritengo che il movimento no Tav rappresenti un orgoglio per il nostro Paese: chi altro è in grado di mobilitare intere generazioni con tanta costanza e determinazione?

Al di là dell’utilità o meno di un treno, pensiamo a quanti soprusi vengono fatti quotidianamente e a quanti di questi minacciano il futuro delle nuove generazioni. Il treno è simbolo dell’imposizione di politiche insane, alle quali non siamo più disposti a sottostare.

Chi altro è capace di lottare contro quella che vive come una violenza inflitta alla propria terra, alzi la mano. Se non altro, merita rispetto chi è in grado di farlo, smuovendo con tanto vigore l’opinione pubblica e facendo resistenza nei limiti della non-violenza. Anche quando è davvero difficile mantenere la calma.

Ma mamme, bambini, anziani, giovani uomini e donne sono lì a difendere da decenni la loro terra ed io penso che questa, oggi, possa essere definita la nuova nobiltà. Dopo aver assistito a testa bassa a tanti vizi e scostumatezze, mi sento fiera di questa parte di Italia.

Oggi, 22 aprile 2012, è l’Earth Day, giornata mondiale della Terra. Il mio pensiero corre dunque a tutti quelli che fanno qualcosa per proteggere la terra che li ha visti nascere, dimostrando di saper uscire dai propri interessi personali, egoistici, individuali.

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Questa voce è stata pubblicata il 22 aprile 2012 da in comunicazione, etica con tag , .
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