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DIARIO. Torinew Orleans: il jazz democratico.

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Chi c’è stato lo sa: Piazza Vittorio ed il lungo fiume sono teatro di un progetto architettonico spettacolare che di notte si delinea intorno a due punti focali illuminati: quello della Gran Madre – con il ponte che l’afferra da un lato per scavalcare il Po ed appoggiarsi sulla Piazza – e quello del Monte dei Cappuccini che vigila dall’alto la striscia dei Murazzi punteggiata da luci pulsanti multicolore.

Stasera sento suoni jazz provenire da ogni locale e perfino il rumore del fiume è un po’ jazz-in-blues. I miei occhi vedono due colori: il blu della notte, che vira dai toni scuri-quasi-neri degli angoli bui ai fasci luminosi che s’accendono qua e là come lame celesti; il giallo vivo delle facciate dei Palazzi, degli archi del Ponte che s’infilano nell’acqua, della severa Gran Madre e dei riflessi luminosi che tremano nell’acqua. Le luci di sempre sembrano più intense sulle note del jazz, credo che senza dirlo a nessuno si emozionino anche un po’. Come noi. 

In questi giorni siamo tutti appassionati di jazz e swing: che nessuno ci venga a dire che non conosciamo un pezzo di Louis Armstrong o Ella Fitzgerald, che non osino ricordarci che l’altro ieri andando al lavoro ascoltavamo Bob Sinclair pettinate come Lady Gaga. Per cominciare, stanotte noi NON abbiamo un lavoro, abbiamo un sax! Oddio, la suggestione incalza…

Tanto per essere chiari, è il Torino Jazz Festival, perciò abbiamo tutti quanti la pelle nera, la testa fitta-fitta di ricciolini sparati per aria e parliamo di musica ballicchiando sul posto uno swing. Io e i miei amici passeggiamo lungo il fiume con il cuore pieno di soul, un sorriso bebop, sorseggiando San Simone. Il San Simone non c’entra molto, ma penso a Nina Simone e gli trovo una collocazione nel mio farneticare.

Dalla suggestione alla realtà il passo è breve: quando credi che sia un sogno, la notte torinese sa sempre confonderti con un segno tangibile che invece è tutto vero. E all’improvviso davanti a Villa Esperia, proprio lì al centro del fiume, si accende una piattaforma sull’acqua e un fascio di luce azzurra illumina la sagoma di un jazzista. Inizia il canto appassionato di un trombone solo che tutta l’acqua scalda e d’improvviso capisci che il suono più triste al mondo, sa rendeti felice come niente altro al mondo. Quella figura accesa in mezzo all’acqua è l’inglese Mark Nightgale. Clap clap clap!

Il mio pensiero è: fatte poche eccezioni, musicalmente siamo un pecoraio d’ignoranti cresciuti a gruppetti pop-rock di bassa lega. Ai giovanissimi va pure peggio: poveretti, ascoltare musica a loro proprio non piace, tanto che devono calarsi un acido per sopportare l’agonia. Eppure stasera siamo davvero tutti jazzisti, vi giuro che vedo ventenni in estasi seduti nei bar che canticchiano pezzi soul, al punto che mi chiedo se non sia avvenuta una rivoluzione spazio-temporale. Un po’ di New Orleans anni ’20 nella Torino del 2012: vi assicuro che non avevo mai visto prima d’ora così tante ragazze coi capelli di Sarah Vaughan.

Mi torna in mente un pensiero: qual è il confine tra intamarrimento e democraticizzazione? Il dibattito è sempre aperto…

2 commenti su “DIARIO. Torinew Orleans: il jazz democratico.

  1. miroirbleu
    30 aprile 2012

    Fantastico.. sono un’appassionatissimo di Jazz, ormai siamo una specie protetta penso :o).. teniamo duro! brava Torino! Quando provavo a strimpellarne qualche nota sorprendentemente i ventenni c’erano e spaccavano… speriamo di vederne sempre di più! e, mi raccomando stai sempre on the sunny side of the street.. ciao

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    • business.we.love
      2 maggio 2012

      ehiiii! che entusiasmo, mi fa piacere leggerti! io sono invece parte di quella maggioranza un po’ “ignorante”… ma il mio buongusto dice che questo festival è stato una bomba!
      adoro il sunny side of the street!
      baci xxx

      Mi piace

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Questa voce è stata pubblicata il 30 aprile 2012 da in comunicazione, moda con tag , , , , , , , , , .
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