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TENDENZE. Gucci etica e l’inarrestabile corsa del nuovo lusso alla protezione il territorio.

La maison Gucci segna intelligentemente l’inizio di una nuova era firmando un accordo con il Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare per la valutazione e la riduzione dell’impronta ambientale nel settore del fashion.

L’evento, avvenuto sotto i riflettori della Settimana della Moda di Milano, ha visto come protagonisti due grandissimi nomi: Corrado Clini, Ministro dell’Ambiente, e Patrizio di Marco, Presidente e CEO Gucci. Una stretta di mano memorabile tra ambiente e moda.

La maison fiorentina si è impegnata con il Ministero a valutare le emissioni di CO2 prodotte all’interno della propria filiera produttiva. Cosa significa? Che una cosa molto bella sta accadento: il made in Italy di eccellenza si connota di green.

Un segnale della crescente attenzione che le imprese italiane stanno rivolgendo alla sostenibilità dei processi produttivi: l’analisi e la riduzione degli impatti delle attività economiche non rappresentano soltanto un driver ambientale, ma anche uno strumento di competitività.

Il nuovo lusso inizia dunque a porsi delle domande e mostrarsi intenzionato ad impegnarsi nella direzione di un business più etico, forse ispirato dalla tendenza al consumo critico della classe media. Leggendo gli oci della fla questo bisogno, porta ai livelli più alti la coscienza ecologica mpegnandosi a ridurre il suo impatto ambientale.

Sta succedendo finalmente: le maison del fashion business e le grandi aziende di tutti i settori luxury si stanno adeguando per conservare la loro immagine guida che le pone sociologicamente come grandi esempi capaci d’influenzare il gusto di intere generazioni. Questo significa che la tendenza presto iteresserà tutti i loro business follower?

La coscienza ecologica chic che irradia i piani alti e che, a mio parere, si ispira alle esigenze imprescindibili del popolino, salendo gradino dopo gradino la scala sociale si trasforma in riflessione intellettuale sul futuro. Riflessione applicata da un lato alla produzione,  con i crescenti controlli, e dall’alto al marketing, facendo leva sulla comunicazione eroica. Nei salotti prenderà forma e poi tornerà giù, condizionando i business minori.

In passato è stata la volta della democraticizzazione del fashion estremo: le persone avevano voglia di apparire e così, ispirandosi alle passerelle, le grandi catene di fast fashion come Zara ed H&M hanno insegnato al mondo a vestirsi alla moda, rendendo possibile a tutti l’accesso all’ultimo modello con poche decine di euro.

Dopo la deregulation del fast fashion, è tornata l’esigenza di acquistare capi che comunque durassero quantomeno un paio d’anni, con il conseguente tentativo di democraticizzare la qualità da parte di alcuni retailers di fascia media, che stanno provando a garantire un buon livello di attenzione alla selezione delle materie prime, a fronte di un minore investimento in termini di ricerca di nuove tendenze… Slow fashion per amore dei classici intramontabili.

Il prossimo step sarà forse riportare il business etico là dov’è nato, dal mercato del lusso al consumo di fascia media. Perché è qui che oggi si fanno i conti con lo stipendio rinsecchito e l’inflazione al galoppo e ci si inizia a chiedere con grande curiosità che ne sarà del futuro, del nostro territorio, delle nuove – fragili – generazioni.

Non basta più accaparrarsi un maglioncino di scarsa qualità a trentanove euro, non basta perché quel maglioncino è il prodotto di una filiera troppo spesso anti-etica e pericolosa: c’è bisono di restituire valore ai propri acquisti.

Il blog di Nicletta Napoli.

3 commenti su “TENDENZE. Gucci etica e l’inarrestabile corsa del nuovo lusso alla protezione il territorio.

  1. giona
    21 settembre 2012

    bello, complimenti

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  2. giona
    23 settembre 2012

    futuro: ricchi più ricchi e poveri più poveri

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    • business.we.love
      24 settembre 2012

      Ciao, non sarei così drastica… Altrimenti non avrei creato questo Blog. Potresti aver ragione, ma il punto non è arrivare a delle conclusioni, anche perché se negative potrebbero rassegnare, inibendo l’attivismo. Pericoloooo! No, io direi che quello che conta non è – appunto – la conclusione: ma il PERCORSO. Ben venga che questo sia fatto di: crescente consumo critico, sensibilizzazione, gruppi d’acquisto, lusso sostenibile, educazione al risparmio.
      Pensa che fino a qualche anno fa era inimmaginabile che le persone di un ceto sociale medio-alto vantassero di aver partecipato ad uno swap party (mercatino del baratto di abiti fashion usati): ora non è una vergogna per nessuno! Non è fantastico?

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