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DIARIO. Gli amori da liceo e quelli da museo.

Weekend, pioggia, casa, té verde. Mentre ci apprestiamo – Lonely Planet alla mano – a sbirciare qualche paginetta di cose da vedere nel prossimo viaggio, Claudia salta su: “Ah! Ti ho parlato del tipo veneto??”. No Claudia, del veneto non mi hai parlato. Mi hai parlato del cartolaio tedesco con gli occhi belli, che da un mese a questa parte passi in cartoleria tre volte a settimana che nemmeno alle medie ai tempi della Naj Oleari.

Mi hai parlato del collega intrigante che ogni lunedì da sei mesi ti lascia una rosa sulla scrivania perché vi siete conosciuti sei mesi fa di lunedì. Mi hai parlato del ballerino di bachata che ti invita tutti i venerdì all’Havana Club ma tu non sai come dirglielo che sin dal liceo odi il latino in ogni sua accezione, dall’Apologia di Apuleio alla danza contemporanea di Luìs Dias. Neanche la techno-amargue di Dias, nonostante le sue note punk, è bastata a farti cambiare idea. A te è proprio la parola “latino” che t’infastidisce. Mi hai parlato di tutti loro, ma non mi hai parlato del veneto.

“No vabbé, questa la devi sapere! Due sere fa vado al Tank e sai chi ti becco? Romano, l’ex della Silva. Lo saluto e mi presenta tale Marco di Rovigo. Un acidone che nemmeno quelli del movimento per l’indipendenza veneta!”. Claudia rende sempre l’idea usando immagini suggestive ispirate ai servizi del TG5. “Poi alla fine, ti dirò, si è rivelato un tipo niente male! Ha chiesto a Romano il mio numero e mi ha chiamata il giorno dopo. Troppo carino! Tutto un altro… Ci vediamo martedì sera per cena, starà qui un paio di mesi per lavoro! Prima però ho aperitivo con Gianni-il-boscaiolo, che pasticcio!”.

Bene, sappiamo la durata del prossimo fidanzato di Claudia: due mesi. E pure gli estremi anagrafici delle riserve che aspetteranno il loro turno in panchina: Gianni Bosco, Apuleio, Naj Oleari e Roserosse di Lunedì. Ma soprattutto, sappiamo il nome del protagonista dei prossimi sessanta giorni di racconti: Marco. Anzi, facciamo così: per ricevere gli aggiornamenti in tempo reale manda un SMS al numero 48481 con scritto “CLAUDIA MARCO LOVE”.

La mia esperienza col nome Marco è ridotta ma intensa: si chiamava così il mio primo amore del liceo (devo ammetterlo: unidirezionale). Stavo cercando i libri del primo anno al mercatino dell’usato quando lo vidi per la prima volta. La sua fama era arrivata prima di lui: il bellissimo Marco era già un’icona per tutte le ragazze, dal primo al quinto anno. Io andavo per i quattordici ed ero un mostro mitologico tutto occhi e gambe. Mi mancava solo di saltare in uno stagno.

Gli comprai il libro di religione, ricordo ancora la copertina giallognola e la sua mano protesa verso di me, per farsi dare le diecimila lire. Lui ovviamente era favoloso, un bronzo di Riace, una statua del Canova, un dono del cielo. Occhi verdi, capelli castano chiari, così alto da risultare inarrivabile. E infatti per me lo fu. Nonostante i suoi quindici anni, nel mio ricordo è un uomo: se penso che pure lui era uno scarabocchio appena sopravvissuto ai drammi della pubertà, mi sembra assurdo aver passato gli anni migliori cercando le parole giuste da dirgli tra una regolazione e l’altra dell’apparecchio.

Finì tutto così: conseguii la maturità con ottimi risultati tranne in materia “Marco”. Qui risultai INCLASSIFICABILE: sessanta mesi di scena muta rendevano difficile definirmi una ragazza intraprendente. Tornassi indietro senz’altro troverei il coraggio di chiedergli, guardandolo dritto negli occhi: “Mi servono Virtus, amore e morte nelle satire Far matematica per obiettivi, se mi fai lo sconto te li prendo tutti e due pure se son sottolineati”. Lo atterrerei, sicuro.

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