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ESPERIENZE. Correre all’alba per regalarsi un’ora in più: Roberta racconta la sua 5:30 a Torino.

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Diamo spazio ai lettori! Soprattutto se ci raggiungono correndo e con gli occhi pieni di entusiasmo, soprattutto se amano Torino quanto noi, la rispettano per la sua bellezza contraddittoria e l’attraversano da una parte all’altra con un paio di Mizuno consumate ai piedi. Roberta, grintosissima manager e mamma, torinese e runner non competitiva, ci racconta la sua esperienza alla RUN 5:30, l’appuntamento annuale torinese (e non solo) che si è svolto lo scorso 30 maggio.

Una domanda a volte basta per accendere uno sguardo e dare il via ad un racconto: “com’è andata la tua 5:30?“. La risposta di Roberta è una testimonianza personale che si apre al bisogno di appartenere alla propria città, quella città che passo dopo passo s’infila nello scorcio privato che il corridore serba nel cuore. Leggete, se ne avete voglia, la sua testimonianza e mandateci anche voi le vostre esperienze torinesi: virtuosismi sportivi e non, festival, emozioni da circo e tutto ciò che vi fa battere il cuore in questa calda estate. Lo pubblicheremo su Business We Love!

“Roby, com’è andata la 5:30?”, rispondo: “Bella, divertente…!”. Però, cosa ci sia di divertente nel puntare la sveglia alle quattro e mezza del mattino per trascinarsi in centro a correre 5,5 km… onestamente non lo so! E’ la mia seconda volta. Ho gli occhi più grandi dello stomaco, questa piccola deformazione è la componente più ingombrante ed evidente di me. Condiziona le mie scelte amorose, il tempo libero, il mio lavoro. Ed è cosi che all’arrivo della newsletter di RUN 5:30 non riesco a dire di no! Ecco, forse è solo questa la ragione. La 5.30 è da eroi, coraggiosi, pazzi squinternati… O, forse, ho solo gli occhi più grandi dello stomaco.

Occhi che brillano alla sola idea… Quindi mi iscrivo, lo racconto a mezzo mondo e convinco mezzo mondo a partecipare! Manca un mese, penso: “ce la farò”. Ma il mese corre (anche lui) ed eccomi al 29 maggio, -1 giorno. Una strana combinazione astrale mi vuole sola a casa la sera. Rientro verso le 21.30: apro la porta, nessuna voce, nessuna richiesta… è il deserto. Frigo vuoto, vestiti ovunque. Tiro su le persiane ed il mio gelsomino, al di là del vetro, mi guarda con aria spersa…è assetato. E allora do’ l’acqua a lui, ai miei gerani e a tutti i fiori pendenti comprati nelle ultime settimane, solo per piante grasse mi astengo. Ed ora che faccio? Gironzolo per casa con un unico pensiero: “devo mettere la sveglia alle quattro e mezza, ma perché???”

Non c’è nessuna giustificazione per rinunciare a delle ore di sonno, nessuna! Ve lo dice una madre che ha passato nottate a fare il calcolo delle ore di sonno perse che nessuno le restituirà mai più. Per allattare, per le influenze, per mille ragioni ed ora, perché?, ora che sono fuori da questo girone infernale per quale motivo voglio ricascarci?! Ho dato mille appuntamenti e non posso più esimermi… Sono le 23.30, m’infilo nel letto ed il mio iPhone sentenzia: “sveglia 04.30”. Non ho altra scelta che l’opzione “ripeti all’infinito” e mi addormento.

Dopo poco, perché è passato davvero poco! L’iPhone lampeggia e, credetemi, io per almeno dieci minuti non ho capito perché. “Perché suona sto coso?! (…) Oh accidenti!”. Mi rassegno: doccia, reggiseno sportivo, pantaloncini, Mizuno… Ma sì, prendo anche il Garmin… ma soprattutto, eccola lì, arancione, la mia t-shirt 5:30La infilo, apro e chiudo la porta e sono in strada. 

Deserto. Buio pesto. Potrei, fossi sveglia, ricordare certe partenze per le vacanze con i miei e potrei, sempre fossi sveglia, rimpiangere malinconicamente quell’epoca in cui, in totale assenza di leggi sulla sicurezza infantile in auto, mia madre allestiva per me sul sedile di dietro un letto fatto e finito! Con un cuscino di cui ancora sento il profumo, bianco con delle piccole ciliegine rosse, lenzuola e copertina. Ecco potrei, ma dormo ancora e quindi niente.

La strada è umida, il grosso orologio sul marciapiede sentenzia: 05.10. Attraverso Piazza Statuto, imbocco via Garibaldi, corricchio (fa freddo). Sempre deserto. E mentre ancora i miei neuroni assopiti si chiedono “Perché?”… Eccoli… Ah! prima 5, poi 10… poi 20… poi 100, no aspetta sono di più… svolto in via Roma, ah, lì sono tanti tantissimi! Gente che sgambetta, come me, con l’inconfondibile t-shirt arancione! Arrivo in piazza San Carlo… saremo 1000! Di più, forse 2000!

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Oh si, ora è tutto più chiaro. Donne (tante, anche in questa edizione sono più degli uomini), ragazzi, non più ragazzi, gente con il cane, atleti corridori (li riconosci, esili come fuscelli, accessori tecnologici di ultima generazione e calvi… perché i corridori sono sempre calvi?!) e persone che non hanno mai corso in vita loro (anche questi li riconosci). E cosa fanno tutti insieme? Selfie a manetta, come se no ci fosse un domani! Tutti ad immortalare l’impresa che sta per compiersi all’alba, gruppi vivaci nel buio acceso soltanto dalla splendenti t-shirt arancioni!

Quindi non sono sola in questa follia! Osservo quello strano manipolo di eroi: disoccupati, direttori di banca, casalinghe, manager, fruttivendoli, falegnami, single, neo-single, madri, padri, nonni… Tutti parte di un unica famiglia, la mia, e tutti insieme… si parte! Oh si, ora è tutto finalmente chiaro: la città all’alba è davvero splendida. Lo so, lo avrete sentito dire o lo avrete visto coi vostri occhi, è la verità. Il Centro di Torino, è semplicemente bello e ricco, come molti delle nostre città italiane. I monumenti appena illuminati sembrano puliti, fermi, senza tempo. La città all’alba oggi non è come quella che vedevo al rientro dai Muri (ah, ricordatevi la petizione a favore della riapertura dei Muri!): oggi è una città che si sta svegliando, oggi la vedo correndo, respirando profondamente. La città è mia.

E’ una nuova versione di “Gente della notte” di Jovanotti: non solo buttafuori, fornai, ma corridori, la notte si trasforma in giorno e io, noi tutti, la vediamo! Piazza Castello, via Garibaldi, il Duomo, Palazzo Reale e giù per i giardini… Gli atleti saranno già arrivati, io sono nella terra di mezzo, la terra di quelli che corrono a 5.4 km/h… Ma oggi non importa a nessuno! Guardo gli altri, i miei compagni, dietro, sorridono tutti. Ora si corre di più, si passa sotto la Mole, poi da via Verdi e tutti ancora hanno il sorriso stampato in viso, tutti sono divertiti ed orgogliosi…

I Vigili ci fanno passare, hanno bloccato via Po che inizia a popolarsi, gli automobilisti iniziano ad innervosirsi, anzi di più! Uno scende dall’auto, gli corro davanti, lo supero…”. Il vigile: “Dobbiamo lasciarli passare: sono quelli delle 5:30” e lui allora urla: “Ma andate a lavorare!”, mentre qualche corridore gli risponde:” Eh si, dopo ci andiamo!”. Fantastico. Ora siamo in via Lagrange… Sì che ora è tutto chiaro! Ho rotto il fiato, le gambe vanno e intorno a me tutti sorridono ancora. Il serpente delle 5.30 ora è più lungo, meno compatto, le t-shirt arancioni sono davvero ovunque. Ed è di nuovo la volta di Via Roma, si torna. Piazza San Carlo ad una falcata. Non c’è traguardo, solo un unico punto in cui tutti decidono di fermarsi. E cosi anche io.

Ora è tutto decisamente chiaro! Finita? No, il bello arriva adesso. Lo abbiamo fatto, l’ho fatto. Mi merito il mio bicchiere di ciliegie e mi merito di passeggiare senza smettere di sorridere con il mio trofeo arancione a testimonianza di questa impresa bizzarra. Sono le 6, ora sì che la città si accorge di noi. Eravamo 2000, poi 1000, poi gruppetti da 50…poi 20…poi 10… non importa, ora la città ci guarda. Incredula. E noi, ognuno di noi, torna a casa, passeggiando con le proprie ciliegie. Ognuno di noi risponde a quegli sguardi nello stesso modo: “sì sì, sono io, quello delle 5.30!”. La 5.30 è questo? E’ molto semplice in fondo: un piccolo moto di orgoglio, di incoscienza, di divertimento sano in una città sana. La tua.

La 5.30 è un regalo. Un regalo che ognuno di noi dovrebbe concedersi. Si, ognuno di noi dovrebbe regalare un’ora in più alla propria giornata. Un’ora in cui niente è ancora successo. Un’ora in cui non chiedere il permesso a nessuno, un’ora preliminare, prima di tutto. Un’ora in cui non c’è prestazione, non ci sono ritardi, non ci sono inadeguatezze, un’ora per te stesso in cui sentire il fiatone senza affanni. Un’ora da condividere con sconosciuti compagni nella città silente più bella del mondo. La tua.

Roberta”

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Questa voce è stata pubblicata il 12 giugno 2014 da in comunicazione, etica con tag , , , .
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