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VIAGGI. Gerusalemme tre mesi prima.

Ritrovo su un quaderno il diario di quel viaggio che la vita m’ha regalato lo scorso aprile, lo ritrovo e penso all’attuale stato in cui vertono i territori palestinesi oggi, sfregiati dall’assurdità delle bombe che distruggono vite innocenti, le stesse che ho visto giocare sui tetti come se la guerra, mai, sarebbe potuta arrivare. I bambini non hanno passato e quindi dimenticano in fretta le raccomandazioni e i racconti, i bambini sanno giocare anche nella distruzione e sono così preziosi per ricostruire che nessuna delle loro vite vale l’occupazione di un intero pianeta.

gerusalemme tetti

L’energia fluiva forte in un senso o nell’altro, come un vento determinato in una direzione che poi cambiava rotta ed era impossibile non accorgersene. Gli eventi ci cullavano in un flusso perfetto e armonioso che poi s’interrompeva per costringerci a remare, remare forte controcorrente. Ma noi resistevamo al cambiamento, andavamo dritte per la nostra via ascoltando il vento, la corrente, guardando alle nubi con rispetto, anche a quelle nere. Laura è maestra nel guardare alle nubi nere sorridendo fiduciosa.

La sera del nostro arrivo a Gerusalemme chiudeva una giornata un po’ straniante: avevamo azzannato la vita di Tel Aviv per 24 ore e portavamo con noi le conseguenze delle avventure cui ci eravamo consacrate. Giornate di sole scottante, nottata al Radio EPGB dove avevamo conosciuto Ran e i suoi amici, innumerevoli visioni d’israeliani splendidi. Ovunque occhi cerulei e nocciola dal taglio netto e lievemente allungato, delineato da un contorno scuro effetto smokey ma senza l’uso di trucchi, tutto naturale. Gli israeliani sono così, capelli ricci ed arruffati, dal biondo cenere al nero corvino, pelli scure e sguardi infinitamente profondi: una densità al metro quadro di notevolmente belli mai vista in altre parti del mondo.

La bellezza del popolo mediorientale mi aveva dato alla testa, non sapevo che a Gerusalemme le cose sarebbero cambiate. Nel frattempo, mi aveva dato alla testa anche la tavola da surf: nel tentativo di cavalcare una delle mie prime onde sono finita in acqua e una seconda onda, ben più forte della prima, ha dato una bella spinta alla tavola che ha avuto una brutta collisione con la mia testa. Laura dal canto suo si era rotta un dito del piede surfando. Perciò siamo sbarcate dal bus, nella calda Gerusalemme, con venti chili di bagaglio, un bernoccolo e un piede rotto… e zero Shekel.

L’ostello era decisamente più confortevole di quello di Tel Aviv e decisamente più caro. Ma anche meno familiare, più “hotel” e meno ostello, le sale ampie e gli sguardi distratti. L’amicizia non ci è arrivata addosso in un elenco di abbracci, presentazioni e benvenuti come al Florentine Hostel di Tel Aviv. Qui c’è stato un regolare check in e via nella nostra camera, in cui c’era addirittura il bagno!

Lo scritto è incompiuto perché pochi giorni dopo sono iniziate le tensioni e l’umore è cambiato. La situazione è degenerata e noi non abbiamo ancora avuto il coraggio di sentire gli amici conosciuti per le strade, i locali, le piazze, i mercati ed il deserto. Abbiamo lasciato là un bastone, che ci ha scortate lungo tutto il viaggio, un bastone di legno lavorato a mano, senza età. Lo abbiamo dimenticato in uno stanzino poche ore prima di lasciare quella terra e credo si trovi ancora lì, testimone inattaccabile di chissà quali eventi.

On air

John Lennon – Give Peace A Chance

 

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Questa voce è stata pubblicata il 28 luglio 2014 da in comunicazione, etica con tag , , , , , .
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